Il 18 Dicembre 1994 è una data che purtroppo resterà incancellabile nella memoria dei tifosi bianconeri: l’Ascoli batte il Pescara in casa 3-0, ma non c’è tempo di gioire perché in ospedale Costantino Rozzi perde la sua battaglia più importante e muore a causa di un male incurabile che lo aveva afflitto da tempo. Costantino Rozzi sembra aver atteso la fine della partita per andarsene, infatti il suo cuore cessa di battere alle 16.20, poco dopo il fischio finale al “Del Duca”.
Al funerale di Costantino Rozzi partecipa la città intera. Mentre il rito funebre si svolge all’interno della cattedrale di Sant’Emidio, oltre 20.000 persone, in silenzio, paralizzano il centro storico. I calciatori e la società restano frastornati per la perdita del loro presidente.
E’ la fine di un ciclo memorabile, di un’era che resterà indelebile nei cuori dei tifosi e nella storia del calcio marchigiano.

Ma chi era Costantino Rozzi?

Fu uno dei presidenti-simbolo di un calcio “pre-industriale” o, se volete, “pre-show business”. Costruttore edile, nel giugno 1974 fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro dalla Presidenza della Repubblica. L’8 aprile 1989 il Magnifico Rettore dell'Università degli studi di Urbino gli conferì la laurea honoris causa in Sociologia. Per Rozzi, in effetti, il calcio era un fatto sociale, e una squadra era anzitutto il fattore di coesione attorno a cui poteva stringersi una comunità. Il calcio rappresentava un’occasione di riscatto per la provincia italiana. Ancora nel dicembre 1988 – si era già entrati nell’era Berlusconi, Cragnotti, Zamparini, Preziosi e Cani Gunther; degli ingaggi miliardari e delle rose di 30 o 40 giocatori; delle TV criptate e dei diritti in chiaro; dei numeri di maglia da 1 a 99 – Rozzi disse: “Io non critico il gioco o il comportamento della squadra sotto il profilo tecnico: io critico la mancanza di attaccamento ai colori sociali”. È una frase che non esce da tempo dalla bocca di un dirigente. Nel dicembre 1994, pochi giorni prima di morire, disse: “Giocatori? Brutta razza”. I giocatori, intendeva dire Rozzi, erano diventati dei “professionisti” che vendevano prestazioni al miglior offerente. Se a dieci anni dalla scomparsa celebriamo Rozzi, non è tanto per “nostalgismo” o per contrapporre il vecchio calcio “pulito” al nuovo, “sporco”. Il calcio è sempre stato il calcio, pulito e sporco a un tempo. Il fatto è che Rozzi fu un personaggio eccezionale, sia per quello che fece con l’Ascoli, che portò dal nulla in A, disputando la massima serie per 14 anni, sia per aver compreso prima di tutti il rischio che il calcio potesse essere sottratto, in parte, ai tifosi, diventando una gigantesca sala giochi, sia per le sue eruzioni di collera indirizzate indistintamente verso giocatori, allenatori, dirigenti, arbitri e pezzi grossi della FIGC. Rozzi era un puro e un sanguigno: era quello che ogni tifoso immagina di essere se si trovasse alla massima dirigenza della squadra che ama.

Rozzi ha 39 anni nel 1978, e alla sua prima conferenza stampa esordisce così: “Io so a malapena che in Italia il calcio si divide in tre categorie: serie C, serie B, serie A. Noi adesso siamo in C, ma chi ci vieta di arrivare sino alla A?”. L’Ascoli rimane in C quattro stagioni, le altre due lo vedono in B: quarto posto all’esordio (1972), secondo posto e promozione l’anno dopo. Il primo campionato di serie A è sorprendente: la squadra affidata a Carlo Mazzone si prende le proprie soddisfazioni, batte l’Inter a San Siro, batte la Lazio campione d’Italia, ferma Juve, Napoli, Roma e Milan e chiude al dodicesimo posto. È il torneo successivo a riservare amarezze per Rozzi: l’Ascoli finisce terz’ultimo.

I compleanni più belli dell’Ascoli, comunque, dovevano ancora compiersi... Ma adesso è davvero opportuno fare un passo indietro e fermarsi al lungo sodalizio che legò Rozzi a Mazzone. Quest’ultimo era approdato ad Ascoli da calciatore; poderoso centromediano in principio accolto male dai tifosi, che lo temevano in concorrenza con Giuliano Torelli, l’idolo locale del tempo: per protesta nella notte del suo arrivo qualcuno segò i pali di una delle porte del campo Squarcia, dove l’Ascoli allora giocava. Passano gli anni e Mazzone diventa un leader; poi, in un derby con la Sambenedettese, si infortuna gravemente, rottura della tibia, carriera finita. Rozzi lo parcheggia alla guida delle giovanili. Il presidente, però, è un irrequieto: assume e licenzia allenatori con ritmo crescente (saranno 21 in 26 anni) e chiama Carletto a sedersi in panchina nei brevi interregni. “Ebbi l’incarico definitivo – ha detto Mazzone – nella stagione 1970/71. Rozzi mi convocò in sede e mi disse: “Mazzo’, senti un po’, ogni anno chiamo uno scienziato per cacciarlo a metà stagione, visto che sei bravo a sostituirli, stavolta il campionato lo inizi direttamente tu, così non ci penso più”. All’indomani della prima salvezza in serie A, Mazzone però sceglie di cambiare aria, nonostante in città sia un re; a tentare il tecnico, la Fiorentina, e Rozzi si dispera: “Lo giuro! Se decide di andarsene, lo faccio rapire, lo faccio sequestrare”. E, sancito l’addio, intima al successore Riccomini: “Quest’anno l’obiettivo dell’Ascoli è finire davanti alla Fiorentina, un punto in più a me basta”.

Si può adesso tornare a quel primo arrivederci alla serie A. Rozzi ha perso la sua  bonaria sfida a distanza con l’amico Mazzone, la città è frastornata, come se quei due anni fra le grandi le avesse tolto il respiro. Capita spesso, in queste occasioni, che una provinciale vada incontro a un lungo stazionamento nelle categorie inferiori. Anche l’Ascoli vivacchia alla prima stagione dopo il ritorno nella serie cadetta, ma l’anno dopo è protagonista di una vera e proprio resurrezione disputando il più straordinario campionato di B mai visto: lo vince totalizzando 61 punti (oggi risulterebbero 87), 17 in più della seconda. Lo scatto d’orgoglio è gran parte merito di Rozzi: il presidente affida la panchina a Mimmo Renna, poi costruisce la squadra pezzo per pezzo, scovando giovani di talento e ridando una chance ad alcuni giocatori non proprio di primo pelo. Indicativa della determinazione di Rozzi, in particolare, è la vicenda di Gianfranco Bellotto. Inseparabile dalla famiglia, Bellotto rifiuta il trasferimento; Rozzi prende la BMW e corre a Camposampiero, il paesino del padovano in cui Bellotto vive, per convincerlo: trova il giocatore in lacrime, in lacrime la famiglia, una scena da Libro Cuore. Rozzi dapprima si intenerisce, poi quasi lo rapisce: “Fidati, fidati di me” ripete. Lo caccia di peso in auto e vola verso Ascoli. Il Messaggero titola: “Il ratto di Camposampiero”. Bellotto in bianconero rimane quattro stagioni, senza pentirsi.

L’Ascoli in quegli anni si specializza nel riciclare e rimotivare giocatori in declino o appena usciti da duri infortuni. Da Ascoli passano, tra gli altri: Giordano, Anastasi, Scanziani, Monelli, Pulici, De Vecchi, e, soprattutto con Mazzone, ci fu spazio per giovani del vivaio come Iachini, Scarafoni, Carillo, Zaini. “Rozzi non pretendeva di conoscere il calcio” dice Mazzone: “E infatti non lo conosceva per niente, ma sapeva valutare gli uomini”.

I sette anni consecutivi in serie A (dal 1978 all’85) non lesinarono soddisfazioni a Rozzi: due volte decimo, memorabili il sesto posto del 1981/82 e, soprattutto, il quarto posto dell’80, con allenatore Gibì Fabbri, dietro Inter, Juve, Milan e Torino, ma con i rossoneri retrocessi in B dalla CAF per lo scandalo scommesse. Oggi l’Ascoli avrebbe giocato i preliminari di Champions League, ma in quegli anni per le squadre italiane c’erano un posto in Coppa Campioni e due in Uefa. L’Ascoli durante quei campionati vinse almeno una volta in casa di tutte le grandi di allora, però il successo che si ricorda di più ad Ascoli è il 2-0 contro il Cagliari all’ultima giornata del torneo 1981/82, in pratica uno spareggio per non retrocedere. Con Rozzi accanto, quel giorno, Carino prende la linea per la diretta con 90° minuto a partita appena conclusa. “Il monitor di servizio – racconta il giornalista – si guastò all’improvviso, ma dallo studio e in TV ci vedevano benissimo. Rozzi invece si infuriò: mi prese per il collo,  gridando: ‘Fatelo vedere che noi ci salviamo senza truffe, fatelo vedere’, in ricordo di una retrocessione avvenuta anni prima, nonostante ci fosse stata una brutta storia che coinvolse un giro di assegni elargiti dai giocatori della Lazio a loro colleghi. In tutta Italia passarono le immagini con lui che tentava di strozzarmi, mentre Valenti da studio implorava: ‘Lo lasci, siamo collegati’.”

Di tutte le sue battaglie, quella contro gli arbitri fu la più accesa e duratura. La sua prima squalifica è del febbraio 1969: 40 giorni. Da lì in poi mise insieme quattro anni di inibizione: Agnolin, Menicucci, Bergamo le sue vittime preferite. Già nel marzo del 1975 si dimette in blocco il Consiglio d’Amministrazione dell’Ascoli per protestare contro la sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti delle grandi squadre: è un caso nazionale. Un anno dopo Rozzi invia a Giuseppe Ferrari Aggradi, presidente della CAN, un telegramma con il quale chiede la radiazione dell’arbitro Gialluisi, “persecutore dell’Ascoli”.

Si è sostenuto che Rozzi trasse giovamento per i suoi affari dall’avventura calcistica, che strinse amicizie utilissime con i potenti; di certo oggi il suo impero non esiste più, privato dei suoi pezzi migliori e, per il resto, in liquidazione. Cosa resta di 26 anni di presidenza, quindi? Al calcio italiano le sue filippiche, quelle che allora, ma oggi non più, sembrarono eccessi di un bonario Savonarola e che rilette adesso si mostrano di straordinaria attualità: la disparità crescente tra grandi e provinciali, la richiesta di una percentuale maggiore degli incassi per queste ultime, l’impoverimento tecnico della nazionale, la necessità di bloccare l’ingresso degli stranieri, il rischio che un torneo tra le big d’Europa finisca per oscurare la serie A, il pericolo di una crisi economica e la critica feroce ai maxi ingaggi. Ogni virgola, il tema di una sua battaglia.

Nel suo modo di essere, piaceva a tutti, era rassicurante nei suoi discorsi, era convincente nelle cose che faceva, era buono con i buoni e battagliero con i prepotenti...Sono passati 10 anni, e Lui non merita di essere scordato... Lui ci ha fatto sentire orgogliosi delle nostre origini, della nostra fede calcistica, ci ha dimostrato e insegnato che "Davide" può battere "Golia"...ed è stato quello che gli altri ci hanno sempre invidiato...
Vi ricordo una frase dedicata a Rozzi nei "tempi d'oro" ancora oggi visibile
all'ingresso della superstrada a Porta Cartara:
"CUSTANDI' TU CA JE LA VOCE NOSTRA FA CASì"

(COSTANTINO TU CHE SEI LA NOSTRA VOCE FAI CASINO)